Confindustria Vicenza
Decreto dignità, Vescovi ai parlamentari: "Necessario sostenere una diversa politica economica che parta dalle imprese"



A seguito dell’approvazione del cosiddetto “Decreto dignità” che ha suscitato forti reazioni da parte del mondo produttivo ed economico - in primis da Confindustria Vicenza su “Il Corriere della Sera” - il presidente degli Industriali vicentini Luciano Vescovi ha scritto ai senatori e agli onorevoli della provincia che dovranno convertire il decreto in Parlamento, dove ci sarà la possibilità, ed è questo l’auspicio e la richiesta del presidente, di apportare importanti modifiche.

“Da tempo le nostre rilevazioni congiunturali rilevano che le aziende vicentine e venete stanno consolidando un importante trend di crescita, soprattutto sul fronte dell'export”, scrive Vescovi.

“Lo stile di questo decreto – continua -
sembra reintrodurre una logica neo-dirigista basata sulla convinzione che a creare il lavoro non siano le imprese, ma le leggi e le regole. Una logica anacronistica che speravamo finalmente superata. Perché non può essere un decreto d'urgenza ad affrontare e risolvere temi e questioni che richiedono riflessione, confronto e disponibilità all'ascolto.

Il risultato delle nuove norme, qualora non venissero riviste, non sarà quello di contrastare la precarietà (l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati, in Italia, è in linea con la media europea), ma quello di contrastare il lavoro. Non sarà tanto la Waterloo del precariato, come il decreto è stato definito, quanto la Caporetto del lavoro.

Le aziende vedranno colpita la loro capacità competitiva, trovandosi sulla strada nuovi ostacoli proprio nel momento in cui la congiuntura sembra meno favorevole ed è quindi necessario accelerare in investimenti, innovazione, internazionalizzazione ed anche occupazione”.

Oltre agli aspetti più marcatamente giuslavoristici, Vescovi fa riferimento anche al contesto economico globale: “È pienamente condivisibile la volontà di colpire determinate situazioni che favoriscono la delocalizzazione, purché si agisca specificamente in questa direzione e
non si torni a confondere delocalizzazione ed internazionalizzazione, penalizzando tutto il vasto mondo delle imprese che, specie nel nostro territorio, da decenni sono campioni dell'export e danno un contributo determinante alla crescita del nostro Paese.

Le aziende vicentine sopravvissute alla crisi gravissima del 2009-2010 sono rimaste in Italia e in questi anni hanno investito moltissimo in innovazione e formazione, conoscendo oggi una nuova stagione di successi. Questo modello funziona perché
in Veneto i nostri imprenditori sono profondamente legati ai propri collaboratori ed il contesto territoriale si è sempre dimostrato favorevole all'impresa ed alla libera iniziativa.

Per rimanere competitive, proiettate all'export e di conseguenza per creare lavoro,
le imprese hanno bisogno di tutto tranne che di un clima politico che le consideri con diffidenza.

Il presidente di Confindustria Vicenza cita, infine, alcune righe giunte da un collega imprenditore: “Tra i messaggi che ho ricevuto in questi giorni da colleghi associati – scrive Vescovi -, ne sottolineo uno che mi sembra riassuma efficacemente il clima di disappunto che si respira tra gli imprenditori: ‘
Sembra che si debba essere oggetto di nuove punizioni atte a identificarci come illegali, disonesti, criminali nella nostra azione quotidiana. Sembra sia meglio darci nuove restrizioni anziché aiutarci a liberare il nostro spirito produttivo e costruttivo. Questo non migliora e stimola la nostra azione, ma la ridimensiona. Vogliono stancarci, non motivarci’. Sono convinto da sempre – aggiunge - che una forte motivazione sia fondamentale in chiunque, per poter ottenere risultati positivi. In qualsiasi campo, ma in special modo per chi fa impresa”.

“Per questo – conclude con un appello - mi permetto di chiedervi di
dare ascolto alle parole di questo imprenditore, che rappresenta la voce genuina delle nostre imprese, di valutare appieno la reale portata negativa del decreto e di sostenere, nella sua azione parlamentare, la necessità di una diversa linea di politica economica, che parta dal presupposto che colpire le imprese significa colpire il Paese”.







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