Confindustria Vicenza

Produzione, calo a un passo dal pre-crisi. Vescovi: “Manovra di debiti e tasse peggiora le cose”

“Noi pensiamo a un’Italia diversa, in cui il lavoro sia un valore e l’iniziativa privata sia favorita”.

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Il 2019, che doveva essere ‘un anno bellissimo’, con la povertà ‘sconfitta’. Si è rivelato essere invece quello dell’inversione di tendenza della nostra produzione industriale che cresceva ininterrottamente da 5 anni”.

Questo un estratto di quanto rilasciato dal Presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi alla giornalista de Il Sole 24 Ore Barbara Ganz e pubblicato nel Rapporto NordEst (clicca qui per leggere l’articolo completo su ilsole24ore.com) uscito con il quotidiano economico lo scorso 27 dicembre.

Le considerazioni del Presidente degli Industriali berici nascono a seguito dell’analisi del Centro Studi di Confindustria Vicenza sullo storico della produzione industriale, dal pre-crisi (2008) ad oggi.


 

 


L’indice elaborato dal Centro Studi, che prende come riferimento la produzione industriale media di Vicenza del 2008 (la ‘quota 100’ del grafico), mostra come dopo 5 anni (2014-2018) di crescita ininterrotta, anche molto sostenuta (3,1 punti nel 2017); nel 2019, ad un passo dal raggiungere i livelli pre-crisi, è invece tornata leggermente a decrescere.

“A fronte di questi segnali, ci troviamo una manovra economica fatta di debiti (da lì arrivano buona parte delle coperture del mancato aumento IVA, che peraltro peserà sulle manovre 2021 e 2022) e tasse (plastic tax, dannosa per una delle filiere più virtuose d’Europa; sugar tax etc…)”, spiega Luciano Vescovi.

“Tutto questo con un debito pubblico che cresce e un Governo che pare voler ricominciare una stagione di statalizzazioni che è francamente fuori da ogni logica. Senza contare il vulnus che si sta creando con l’ipotesi di confisca allargata che porterebbe, senza alcuna sentenza, neppure di primo grado, al blocco dei conti correnti aziendali.

Ma ci rendiamo conto in che paese ci trasformeremmo?


“L’Italia che si sta delineando è un paese che punta alla deindustrializzazione, che accrescerebbe drammaticamente il rischio povertà. Noi pensiamo invece ad un’Italia diversa, in cui il lavoro sia un valore e l’iniziativa privata – che rispetta le leggi ed è sostenibile da un punto di vista dei diritti, dell’ambiente e delle finanze ovviamente – sia favorita e non dileggiata a causa di pregiudizi che fanno parte di un periodo storico che speravamo finito”.  

“Oggi le industrie italiane hanno bisogno di un Sistema Paese che le accompagni sui mercati esteri con delegazioni credibili e missioni che si basano sulle opportunità di mercato; che possano aver accesso ad incentivi automatici per lo sviluppo tecnologico e delle competenze, come accadeva con il Piano Nazionale Industria 4.0; e soprattutto un quadro normativo stabile in cui non ci sia una caccia alla streghe ma la possibilità di essere competitivi a fronte della forza di superpotenze come USA, Cina e Germania”.

“Questo è il paese che vorremmo noi, non vediamo ancora nessuno, a Roma, che ci faccia ben sperare in questo senso”.

 

 

 

 

 

 

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